Against Cultural Standardization

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Il valore dell'arte

Con il titolo "Il valore dell'arte", si è organizzato un convegno itinerante, di cui un primo incontro è avvenuto a maggio presso la Galleria d'arte Moderna di San Donato Milanese, un secondo a Castel San Pietro Terme, ed altri incontri avverranno in luoghi e tempi diversi. Il convegno - ideato e curato da Anna Valeria Borsari, Mario Cristiani (Arte Continua), Gino Gianuizzi (Galleria Neon), Pierluigi Sacco (economista Università di Bologna) - nasce dalla necessità di aprire un dibattito sui criteri con i quali oggi si attribuiscono valori di mercato, e quindi culturali, alle opere di artisti viventi più o meno giovani. Tali criteri hanno infatti subito una rapida e radicale evoluzione in questo ultimo ventennio, portando anche ad una modificazione di quella che era stata in precedenza la figura dell'artista, il suo modo di rapportarsi alla società (almeno nell'ambito della nostra cultura). Ed è facilmente prevedibile che questo comporti una modificazione di quello che può essere il significato dell'arte stessa, in quanto i due aspetti, come una visione storica anche di civiltà diverse conferma, sono strettamente connessi. Particolarmente interessante appare poi il problema, in quanto mentre da un lato le opere di molti giovani sembrano ricongiungersi a situazioni tipiche degli anni '70, il sistema attraverso il quale essi possono emergere è antitetic orispetto a quello che allora con quelle opere si intendeva diffondere, ed appare invece come una diretta prosecuzione e diffusione di prassi che hanno avuto grande impulso agli inizi degli anni '80, lasciando supporre quindi esiti nuovi. Gli artisti concettuali degli anni '70, ricollegandosi a precedenti esperienze come quelle della Land art, del Nouveau réalisme, di Fluxus, fino a Duchamp, vivevano un rapporto obbligatoriamente conflittuale con l'istituzionalizzazione dell'Arte, evidenziando un lavoro che si situava per sua stessa natura fuori dal Museo, come fuori dai luoghi ove l'arte acquisiva immediatamente un valore commerciale, intendendo penetrare la vita, la quotidianità, entrare in rapporto diretto con la gente e con le cose, oltre che con altri settori della cultura e con la ricerca scientifica. E si ipotizzavano Musei che non avessereo più la funzione di consacrare qualcosa come Arte, per poi separarlo dal resto del mondo inglobandolo nel proprio sistema "conservativo"; ma Musei aperti come luoghi di dibattito e di ricerca, di continuo confronto con la gente. In segnito, durante gli anni '80, l'affermazione di modalità artistiche completamente diverse, ha invece determinato non solo un ritorno ad un modello di Museo (o comunque luogo istituzionale dell'Arte) come consacratore di valori culturali, ma anche di valori economici, creando una grave frattura tra arte e ricerca, arte ed etica. Ma nelle coscienze degli artisti più attenti vi è un netto dissidio con un sistema che finirebbe per depauperare il loro lavoro di ogni intrinseco significato. Un analogo disagio è avvertito da soggetti diversi: critici, galleristi, filosofi, sociologi dell'arte, economisti che si occupano di queste tematiche.

Hanno partecipato al primo incontro: Fabio Mauri, Alberto Fiz, Mario Cristiani, Pierluigi Sacco, Marco Senaldi, Anna Valeria Borsari, Angela Madesani, Federico Tanzi Mira e Ferdinando Mazzitelli, Gabi Scardi; numerosi altri hanno inoltre contribuito al dibattito. Al secondo incontro sono intervenuti: Gianni Romano, Silvia Grandi, Franco Vaccari, Fabio Cavallucci, Mauro Maffezzoni; ed è seguito un interessante dibattito.

Alle relazioni ed agli interventi fatti durante i vari momenti del convegno si sono poi aggiunte ulteriori partecipazioni ed apporti, come una intervista sul convegno fatta ad Angela Vettese da Radio popolare e la corrispondenza-intervista (che qui riportiamo) per posta elettronica tra Anna Valeria Borsari e la Vettese sugli stessi argomenti.

Anna Valeria Borsari: Per il primo incontro del convegno "Il valore dell’arte", tu avevi proposto, come titolo del tuo intervento: Arte fra spettacolo e pensiero; un titolo in cui si accenna a valenze diverse dell'attuale operare artistico, che possono ben convivere come essere contrapposte. Ti sembrerebbe possibile, considerato l'attuale sistema dell'arte, che un giorno si possa creare invece una distinzione netta tra un'arte più legata alla diffusione dei media, ad un largo pubblico, ed un'arte con presupposti più complessi ed elitari, che non le si contrappone nemmeno, che magari può avere costi più bassi, ma che ha un circuito diverso, così come in ambito musicale possono coesistere Lucio Dalla e Luigi Nono?

Angela Vettese: Ci sono artisti che hanno fatto della relazione con i media il loro snodo poetico più importante e raffinato: Andy Warhol, Jeff Koons, il nostro Cattelan. La cosa più interessante del loro lavoro è che ci spiegano cosa sono i media e come agiscono. Possono stare dentro un'arte allargata e dentro a un'arte elitaria, perché hanno un doppio (se non triplo, quadruplo e millefoglie) livello di lettura. Poi ci sono artisti che hanno presa sulla massa, ma allora parlerei di VJ, quelli che fanno la regia delle immagini in discoteca, piuttosto che i registi dei videoclip. Tra questi, per ora, solo Micha Klein ha approcciato il mondo dell'arte elitario, con risultati tutti da valutare. Non credo però che ci sia spazio per un'arte leggera e una pesante: tutta l'arte è pesante, perché il settore "leggero" è già completamente assorbito da pubblicità, videoclip, design di pagine web e design in generale, anche moda, se vuoi. L'arte è un fatto elitario, c'è poco da fare. E' un paradosso: l'arte a mio avviso rappresenta la democrazia (infatti nei paesi non democratici viene oppressa o non esiste affatto), ma è destinata a un piccolo pubblico. Poi, certo, la nostra televisione fa di tutto perché il pubblico resti piccolo... ma questo è un altro discorso. Sono convinta che anche le cose più difficili possano avere una chiave di lettura per un pubblico più vasto: Giotto puoi leggerlo come un gran fumettone o come un rinnovatore del linguaggio artistico. Il problema è che quasi nessuno capisce quanto è semplice l'arte contemporanea, perché siamo afflitti da storici dell'arte di formazione attribuzionista che cercano in Burri ciò che trovavano in Piero della Francesca.

A.V.B.: Vi è oggi secondo te un pubblico che riesce a cogliere in qualche modo i messaggi, o il pensiero, che l'arte può veicolare? Il fatto che persone di grande cultura, semiologi e filosofi compresi, dimostrino spesso di non avere gli strumenti per riconoscere l'arte contemporanea non ti sembra un segno inquietante?

A.V.: Come ho detto sopra, la formazione accademica italiana è disastrosa per l'arte contemproanea. Va meglio negli stati Uniti, dove almeno alla Columbia University, alla UCLA di Los Angeles e in altre facoltà ci sono veri insegnamenti rivolti all'arte contemporanea. Credo che il discrimine sia questo; fino a quando l'arte contemporanea non entrerà negli atenei, non le sarà riconoscinto lo statuto di campo del sapere. In America i migliori saggi d'arte contemporanea vengono presentati da case editrici come Massachussetts Institute for Technology, Columbia, Cambridge e California University Press, noi invece dobbiamo mendicare qualche spazio su riviste specializzate spesso molto commiste con il mercato. Non ho niente contro il mercato, ma certamente un filosofo arriccia il naso di fronte a una competenza che non ha (fa sempre male riconoscerlo...) e che gli è consentito di non acquisire proprio dal fatto che "in fondo", si tratta ai suoi occhi più di merce che non di valori conoscitivi. Ciò rignarda soprattutto l'Italia, ma anche alcuni paesi europei non sono esenti da questo retaggio; direi che oltre che alla presenza mercantile, questa diffidenza è connessa anche a due altri aspetti: il sospetto secolare nei confronti di ciò che non nasce come "arte liberale", cioè del fare manuale (anche se in arte oggi ce n'è ben poco, ma è così che la pensano gli intellettuali ignoranti); e la diffidenza nei confronti delle immagini, che è strisciante persino nel mondo più iconofilo che ci sia, quello cattolico. Le immagini hanno sempre fatto paura, in religione come nella vita comune; ma noi viviamo in un mondo di immagini, sempre di più e sempre più raffinate.

L'effetto della globalizzazione tocca proprio il linguaggio visivo prima che qualsiasi altro, e quindi, come attesta l'evoluzione dei cosiddetti Visual Studies in America, dovremo stare un po' più attenti a studiare il valore, la grammatica e l'efficacia delle immagini mediatiche. Che, io ne sono profondamente convinta, devono quasi tutto alla storia dell'arte e anche all'arte contemporanea. Pensa solo al significato simbolico della torre, da Babele alle torri nobiliari del medioevo italiano, dai grattacieli al monumento alla terza internazionale di Tatlin... E non a caso, il pugno più duro ricevuto nella loro storia dagli stati Uniti ha riguardato le loro due maggiori torri. E ha contato sulla certezza che, nel momento in cui fossero state colpite, centinaia di videocamere amatoriali le stavano certamente filmando. Così l'unica immagine che ci manca in questo film composito è forse la soggettiva della folla che scende cento piani, gli obesi affannati e i fumatori pallidi... Ma i film di cassetta ci hanno insegnato a immaginarci anche quelli, come del resto tanti video di artisti.
Angela Vettese